Un coming out che ha fatto scandalo. Un sacerdote che rende pubblica la propria omosessualità, un prelato preminente all’interno della nomenklatura vaticana che decide di vivere liberamente ciò che è: parliamo di Krzysztof Charamsa, teologo di origine polacca, che proprio alla vigilia di un importantissimo appuntamento della Chiesa cattolica ha rivelato al pubblico di avere una relazione con un uomo. A distanza di tre anni e mezzo eccolo con noi, sempre più convinto ed agguerrito:

 

– Come mai il suo coming out proprio a ridosso del Sinodo sulla Famiglia? Coincidenza o strategia?

 

Non descriva il mio coming out in questi termini. Era il 3 ottobre 2015, il giorno prima dell’inizio del sinodo cattolico sulla famiglia, che nei suoi preparativi aveva neutralizzato e offeso un serio discorso sui diritti umani di persone non eterosessuali e le loro famiglie ed io ero testimone di questo perverso progetto, che ho denunciato. Ho spiegato il significato del coming out, atto di protesta e di denuncia, mio e del mio compagno Eduard Planas, nel libro La prima pietra (Rizzoli 2016), che è una confessione o una introspezione di un gay e di un’istituzione religiosa che lo discrimina, mentre lui le credeva e l’amava. Qui posso dire che il mio coming out fu il dovere di coscienza, un atto che è necessario per ogni gay e ogni lesbica nella Chiesa cattolica per non perdere la faccia, quando si rende conto di ciò che questa istituzione fa contro le persone come loro. Diceva strategia? Era un atto cosciente per svegliare le coscienze rispetto alle strutture del male nella Chiesa che esigono una denuncia pubblica, un’opposizione chiara in difesa dei diritti umani e una rivoluzione. L’ho fatto pur sapendo che la maggior parte delle persone LGBTIQ cattoliche non sono interessate al coming out pubblico e non mi appoggeranno. A parte le apparenze, non si fa nulla di concreto perchè il sistema omofobico della Chiesa cattolica finisca e molti cercano solo di poter sopravvivere in maniera più o meno sopportabile ai margini della religione omofoba, senza cambiarla. Questo problema non è solo dei cattolici, ma anche di vari attivisti laici o non credenti, specialmente nei paesi cattolici come Italia o Polonia. Non osano dire “basta” a quella precisa omofobia che è l’omofobia religiosa e cattolica che domina le nostre società.

 

– Crede che la (sua) vocazione sacerdotale sia in antitesi con la (sua) omosessualità?

 

La vocazione sacerdotale non è in antitesi a nessun orientamento sessuale, etero, omo o bisessuale; non è in antitesi a l’identità del genere dei transessuali, come non è in antitesi all’essere donna. Le esclusioni (dal sacerdozio o dal matrimonio) che ha imposto il potere clericale maschilista sono una perversione della religione e costituiscono la negazione di elementari diritti umani di omosessuali o di donne.

 

– Non le è sembrato una sorta di “suicidio politico” il suo uscire allo scoperto, dal momento che occupava una posizione molto importante – quella di membro della Congregazione per la dottrina della fede?

 

Come dicevo, a buona parte dei cattolici e cattoliche LGBTIQ e di molti attivisti LGBTIQ sarebbe piaciuto che io continuassi dentro l’armadio del Vaticano. Hanno continuato a sparlare, e non solo, contro il coming out, contro la pubblica liberazione di un gay e contro il mio messaggio, il quale, se si ascoltasse davvero, risulterebbe troppo impegnativo. È il problema delle persone che pensano in termini di suicidio politico e non in termini di verità, di diritti umani, di dovere inequivocabile di denuncia del male e di rivoluzione, che cambia il mondo, come hanno fatto quei pochi gay e trans che si erano opposti alla polizia a Stonewall a New York nel 1969 o come ancora prima hanno fatto le femministe, quando sono uscite sulle strade per denunciare la secolare persecuzione (cristiana e sociale) delle donne. Non avevano paura di pagare il prezzo personale nell’ora della loro protesta. Oggi il progresso dei diritti umani viene ritardato dal potere delle religioni, che lo bloccano in alleanza con la destra ed estrema destra che, purtroppo, sta prendendo il potere da molte parti. Tutto ciò è anche una pesante responsabilità di quelle persone e organizzazioni LGBTIQ cattoliche che non hanno avuto finora il coraggio di denunciare efficacemente il male dell’omofobia della loro Chiesa. Non hanno avuto coraggio di fare e di appoggiare coming out, come un atto pubblico, sociale e religioso di denuncia, e così cominciare a smuovere il sistema che li perseguita e li tiene imprigionati, qualche volta una prigione dorata, come quella del clero cattolico gay. L’invisibilità dell’omofobia cattolica è la sua arma più efficace.

 

– Si dice, ironicamente, che il Vaticano sia il più grande gruppo di omosessuali credenti della terra. È d’accordo?

 

Nel mio libro “La prima pietra” scrivo che il clero cattolico è la più antica comunità gay del mondo. L’estensione della realtà gay non è ironica. Se pensiamo che oggi la Chiesa cattolica insieme all’Islam è uno dei più pericolosi agenti omofobici e misogini globali (come ha dimostrato papa Francesco nelle sue dichiarazioni con gli ortodossi, prima, e con gli islamici, più recentemente), dunque dobbiamo interrogarci sulla responsabilità di migliaia di persone LGBTIQ nascoste nell’armadio della Chiesa cattolica, che attivamente o passivamente sono strumenti della globale persecuzione religiosa dei diritti umani, anche solo per il fatto che non hanno compiuto un “atto di apostasia” contro una religione omofoba. Continuano, invece, a far crescere questa omofobia istituzionalizzata. È un grande gruppo di collaboratori, indispensabili per il perpetuarsi di questo sistema perverso. Insisto: purtroppo questa responsabilità è anche di molti gruppi cattolici LGBTIQ che, con la loro inerzia e incapacità di decisa denuncia dei delitti omofobici del sistema religioso, in realtà, mantengono il delitto istituzionale; di chi, ingannandosi circa le buone intenzioni di Papa Francesco, ignora una realtà che, sotto-sotto, non vuole superare, di chi attua un cosciente progetto di sopravvivenza a margine dell’istituzione corrotta dall’omofobia e dalla misoginia.

 

– Qual è la sua vita adesso?

 

Penso che nel nascondimento non ci sia vera vita. C’è solo la “vegetazione”, la sopravvivenza. Può essere che ci siano carriera, guadagno, sicurezza finanziaria, ma tutto questo non è ancora la vera vita per una persona che non è meschina o ipocrita e che cerca la verità e la difende. Dunque la vera vita per un gay o una lesbica comincia solo dopo il coming out, il che per molti significa una vita non facile. Purtroppo oggi prevale il calcolo, non il dovere del sacrificio personale e della denuncia pubblica contro il sistema del male. Solo quando le persone perseguitate dalla religione saranno capaci di rivoluzione, allora la religione potrà e dovrà correggersi. Tutto dipende dalle vittime e dalla loro capacità di dire “basta”. Così inizia la vera vita e la vita nella verità.

 

Parole dure quelle dell’ex prelato – dure ma essenzialmente condivisibili, che si sia credenti o meno. Che ne dite? La Chiesa è davvero così retriva? Per citare un cattolico nostrano “ai posteri l’ardua sentenza”.

 

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