Classe ’86, viso pulito, immancabile cappellino e parlantina sciolta: questo è Fabio Leli, giovane regista barese autore del docu-film “L’unione falla forse”, un lungometraggio sulle unioni civili. A quasi quattro anni dalla promulgazione della Legge una riflessione in merito è quanto mai opportuna. E quella nata dalla macchina da presa di Fabio, sembra quanto mai attenta e puntuale.

 

– Come ti è venuta l’idea di questo docu-film?

 

L’idea del film nasce durante la discussione e la successiva approvazione, che c’è stata ormai quasi quattro anni fa (2016) della Legge sulle unioni civili. Scoprire, durante quella discussione, l’esistenza di movimenti, esponenti di gruppi e anche partiti politici, quasi dichiaratamente omofobi, e di molti movimenti “pro-life” mi ha un po’ spaventato. Anche perché quanto queste realtà incarnano, si è poi incanalato dando vita ad una serie di idee e “dogmi” sul perché certi tipi di realtà non andassero bene perché mettevano in pericolo la famiglia tradizionale e naturale, così la chiamano, che è poi quella eterosessuale. Tutto ciò, sfociato nel Family Day, mi ha appassionato dal punto di vista drammaturgico così ho indagato più approfonditamente scoprendo quel che facevano. L’idea del film è venuta dopo scoprendo anche l’altra parte – le famiglie omogenitoriali – che avrebbero usufruito di questa Legge, purtroppo non appieno perché ‘grazie’ a questi movimenti – grazie ovviamente tra virgolette – è nata una normativa monca: basti pensare alla stepchild adoption e all’obbligo di fedeltà la cui espunzione è assolutamente ridicola. Da questa ricerca è maturata poi l’idea del film.

 

– Chi ti ha aiutato a realizzarlo?

 

All’inizio ho fatto una campagna di raccolta fondi sul web che però non è andata molto bene anche perché, diciamolo, era il primo film contro l’omofobia che voleva far parlare solo gli omofobi: c’era un po’ di apprensione da parte LGBT, vista la modalità che intendevo usare, poi si è capito che il progetto intendeva prenderli in giro facendo parlare solo loro. A questo punto ci hanno supportato. Un aiuto fondamentale è stato quello della mia squadra, con cui ho fatto già il primo film (“Vivere alla grande” sul gioco d’azzardo ndr) e delle due famiglie arcobaleno che si sono messe a disposizione dopo avermi conosciuto ed essere entrato in sintonia, essere entrato nella loro quotidianità e nella loro vita spiando con la mia macchina da presa; questi genitori mi hanno aiutato tantissimo, e infatti senza di loro il film non esisterebbe. Come non esisterebbe senza la “disponibilità” degli omofobi che si sono inconsapevolmente “prestati” a questa messa alla berlina. Ovviamente anch’io ci ho messo del mio: lavoro, sacrifici e tanta passione.

 

– Il tuo lavoro è una sorta di collage tra “sparate” di omofobi “di fama” (due tra tutti: Gandolfini e la De Mari) e scene di vita ordinaria di due famiglie LGBT. Come hai ottenuto le loro “perle”?

 

Ho ottenuto loro perle, come dici tu, non contraddicendo mai ciò che dicevano. Ho definito il film come un “incontro di boxe” tra loro e le famiglie: il pubblico riceve un pugno, poi però ne può dare un altro grazie alle due famiglie. Le ho tenute, come ti dicevo, senza contraddire le loro affermazioni perché volevo farli sbottonare il più possibile e ci sono riuscito anche grazie il mio primo film “Vivere alla grande”, un film contro il gioco d’azzardo che ha girato molto nel mondo cattolico e grazie al quale ho rilasciato tante interviste (Radio Vaticana, Famiglia Cristiana e TV2000) quindi, diciamo che il mio curriculum per loro era ottimo. Si sono fidati e hanno dato il meglio o il peggio (dipende dai punti di vista) di sé e credo che sullo schermo si possa proprio vedere come fossero a proprio agio nel parlare con me.

 

– Seppia e colore: ci spieghi il perché di questa scelta stilistica?

 

Ho usato la differenza tra seppia e colore perché volevo da una parte raccontare il passato – o meglio, quello che dovrebbe essere passato, qualcosa che dovremmo lasciarci alle spalle insieme all’omofobia: loro. Dall’altro il colore a rappresentare la bellezza di queste famiglie – quello che dovrebbe essere. Un mondo più colorato, senza omofobia e con più amore, più uguaglianza, più diritti. La seppia e il colore per narrare queste due polarità: il passato, vecchio e retrivo, e il presente/futuro vivo e pieno di sfumature.

 

– Qualcuno ha sovvenzionato la realizzazione del tuo progetto?

 

Come dicevo prima abbiamo fatto questa campagna di crowdfunding per realizzare il film, ma abbiamo raccolto molto poco rispetto a quello che abbiamo raccolto per realizzare il mio primo film, quello sul gioco d’azzardo (“Vivere alla grande” che è visibile da qualche mese su Amazon Prime). Non abbiamo avuto, invece, nessun finanziamento pubblico: ci abbiamo provato ancora una volta come ci provammo con il primo film, però siamo sempre i primi tra gli esclusi quando si tratta di proporre qualche progetto un po’ più “spinto”. Purtroppo non abbiamo avuto né finanziamenti pubblici né privati: abbiamo dovuto farlo tutto da soli.

 

– Che tipo di promozione ha avuto?

 

Stiamo girando da quasi un anno ormai: abbiamo fatto l’anteprima a marzo dello scorso anno a Grenoble, partecipato a otto festival e il nono sarà il mese prossimo (soprattutto all’estero) e il film sta andando nelle sale in Italia. Abbiamo avuto il patrocinio di Amnesty International, Famiglie Arcobaleno e CGIL-Nuovi Diritti e ogni città in cui andiamo a queste tre si aggiungono tutte le associazioni locali più importanti, per cui le sale sono quasi sempre piene. Qualche giorno fa eravamo a Bologna e abbiamo avuto l’onore di avere come ospiti, tra gli altri, Franco Grillini, Sergio Lo Giudice e Cathy La Torre. Visto il successo penso che attorno a questo film si stia davvero creando un movimento di attivismo e questa è la cosa che mi rende più contento, poi, altro punto importante, entriamo nella testa della gente cercando di fargli tenere alta la guardia contro l’omofobia, soprattutto contro una politica che vuole legittimarla, limitando i diritti personali. In questo senso la nostra è anche una promozione “concettuale”.

 

– Com’è stato accolto?

 

Accoglienza molto buona già da Grenoble dove ho partecipato alla prima. Non avevo mai visto un applauso ad un film dopo un minuto, infatti c’è stata prima una risata fantastica perché c’è una scena molto bella in cui viene fatto un annuncio sui pericoli connessi alla visione. Avevo paura dell’accoglienza francese: finora non mi era mai capitato qualcosa di simile. Anche nelle altre città in cui siamo stati l’accoglienza è stata ottima, va benissimo, le sale sono piene, le recensioni positive e gli stessi spettatori ci scrivono per complimentarsi. Sta andando molto bene.

 

– Come si fa per vederlo?

 

Per ora, per vederlo dovete venire al cinema. Qualche giorno fa siamo stati a Bologna mentre le prossime proiezioni saranno il 18 febbraio a Venezia; il 19 febbraio a Trento; il 20 febbraio a Vicenza e il 21 febbraio a Schio. Potrete trovare il programma completo delle proiezioni sul sito http://www.lunionefallaforse.it dove ci sono sempre tutte le date aggiornate, i cinema, gli orari e gli ospiti che interverranno. Poi ci sono i nostri canali social e prima dell’estate dovrebbe essere pronta l’uscita in DVD, forse lo metteremo anche online, ma ora come ora, è bello girare ancora un po’ incontrando il pubblico, creando una sorta di movimento e toccare con mano le persone e le tematiche.

 

Un taglio sicuramente inedito e originale quello che questo giovane regista ha dato al suo lavoro, come a dire: lasciamoli pure parlare, gli omofobi si squalificano da soli e il pregiudizio si può combattere anche con una risata.

 

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