Che Mariarosa Malapena fosse un vulcano di idee e di energia lo sapevamo già; che fosse anche una brava attrice è una piacevole scoperta. Sì perché questa napoletana doc, già protagonista nei nostri articoli, è la protagonista di un bellissimo corto dal titolo “L’amore rivelato” di William Mussini, pluripremiato regista indipendente. Proprio lui è il protagonista della chiacchierata di oggi.

– “L’amore rivelato” è un corto poetico e minimalista. Ce ne racconti la genesi?

Ho conosciuto Maria Rosaria tramite amici in comune; la sua idea iniziale ha catturato immediatamente la mia curiosità, soprattutto perché intendeva affrontare tematiche di notevole interesse sociale ed umanistico. Da sempre le mie produzioni audiovisive sviluppano contenuti di impegno etico e civile, il cortometraggio “L’amore rivelato” non fa eccezione. In accordo direi “spontaneo” con Maria Rosaria, abbiamo deciso di sviluppare un argomento così difficile e delicato, in maniera originale, poetica appunto, evitando di risultare banali o retorici.

– Una storia doppiamente “diversa”. Oltre al tema dell’omosessualità affronti anche quello di una coppia in cui uno dei due è disabile… Cosa ti ha fatto avvicinare al mondo LGBT?

Nello specifico, l’amore per la mia professione, e soprattutto l’energia straordinariamente positiva e coinvolgente di Maria Rosaria. Come ho già sostenuto, le tematiche che riguardano i diritti e le libertà negate o ignorate sono tra le mie principali fonti di ispirazione. Il mondo LGBT merita di essere considerato, approfondito e mostrato per quanto mi riguarda, anche attraverso l’arte cinematografica, con lo scopo principale di combattere lo stigma.

– Come ne “L’amore rivelato”, anche nelle altre tue opere l’atmosfera è rarefatta, e il dialogo acquista un valore particolare. Perchè questa scelta artistica?

Ho sempre preferito il significato recondito celato da immagini evocative e dalle frasi non dette, al dialogo palesato acriticamente che non lascia più di tanto spazio alla fantasia dello spettatore. Mi piace accompagnare lo spettatore attraverso il flusso di coscienza dei personaggi, ad una riflessione finale, scaturita da un ragionamento autonomo, che lascia quasi sempre spazio a diverse e variegate interpretazioni. Chi guarda i miei cortometraggi deve impegnarsi emotivamente ed intellettualmente, altrimenti il rischio è quello di non capire e di rimanere interdetti. In poche parole, non mi piace imboccare lo spettatore.

– È uscito da poco il tuo primo lungometraggio “La pace non è uno stato naturale”. Ce ne parli un po’?

Beh, per non dilungarmi troppo: posso dire che è certamente un film anacronistico, fuori dall’ordinario, ostinatamente massimalista, indipendente nei contenuti narrativi e di produzione. Mi sono ispirato a grandi personaggi come Kant (il titolo del film è una sua considerazione) Freud, Kubrick, Clark, Rovelli, Boncinelli. È un film che parla di amore, di guerra e di pace. Ne parla dal punto di vista dell’anti-eroe, delle vittime e non dei vincitori. Il film si interroga sul perché della violenza, scava profondamente alla ricerca delle motivazioni che hanno indotto il genere umano a farsi guerra sin dalla notte dei tempi. Come nel mio stile, il finale lascia aperta la domanda, al pubblico le eventuali conclusioni.

– Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare con i miei film, a regalare un mio seppur piccolo contributo alla collettività, per un accrescimento coscienziale, stimolando riflessioni anche scomode, esortando al pensiero critico, all’indipendenza e all’anticonformismo.

Una voce che si discosta dal coro quella di William, uno sguardo originale, quello che tutti dovremmo avere per capire meglio ciò che ci circonda. Se i detrattori del mondo queer gli somigliassero almeno un po’, l’omofobia subirebbe un drastico calo.